Manuela
Ceolato
L’ARCHITETTURA DELLA VITA
La
nostra casa ed il nostro quartiere sono la prima
esperienza di architettura che abbiamo vissuto. Quanto
ci è successo è accaduto in luoghi di cui abbiamo fatto
esperienza molto presto inconsciamente.
Nella nostra
biografia infatti, non ci sono solo stagioni e persone,
ma anche ambientazioni nelle quali e grazie alle quali
la nostra vita ha potuto andare di scena.
Siamo soliti
dire che determinate vicende sono dipese da incontri più
o meno fortuiti che, in un dato momento, hanno inciso
sul nostro percorso; analogamente, anche i luoghi in cui
ci siamo trovati a vivere o che abbiamo addirittura
scelto hanno determinato almeno in parte ciò che siamo e
ci hanno suggerito determinate decisioni. Tanto che se
fossimo nati e cresciuti in contesti differenti avremmo
letteralmente avuto un’altra vita.
Dunque le nostre
azioni, registrate in un dato tempo ed in uno specifico
intorno di relazioni umane, hanno trovato concretezza in
un dato contesto fisico.
Della nostra infanzia, ad
esempio, ricordiamo come era la piazza in cui abbiamo
giocato, la camera in cui abbiamo dormito o la cucina in
cui quotidianamente abbiamo consumato il pranzo e così
via.
Albergano in noi le sensazioni che quei luoghi ci
hanno procurato allora più o meno consapevolmente:
distinguiamo ancora il grado di intimità e le sensazioni
derivanti da quella casa, ne visualizziamo i colori e le
luci, ne riesumiamo voci e profumi.
Degli ambienti del
nostro vissuto rimane nell’animo ciò che di essi ci ha
affascinato ed i nostri ricordi oggi sono forti, proprio
perché risultano spazializzati, cioè legati ad un spazio
reale di cui abbiamo memoria.
Rammentiamo persino i
movimenti che in quei luoghi abbiamo compiuto, le
direzioni che più preferibilmente abbiamo seguito, le
modalità con cui siamo stati soliti entrare in essi o
uscirvi, i luoghi in cui abbiamo sostato a lungo e gli
angoli in cui ci siamo riposati.
In questi spazi che
hanno contribuito a conferirci un’anima ed a restituirci
un’immagine corporea, oggi leggiamo le impronte fisiche
che abbiamo lasciato: il tavolo della cucina, ad
esempio, ha spigoli levigati dall’usura.
Ci pervade la
consapevolezza del tempo trascorso e della vita che ha
dato a questi spazi una carica particolare, un
sentimento che per noi travalica il loro significato
stilistico e storico.
L’immaginazione ed i ricordi
legati al nostro vissuto amplificano la realtà: vivendo
nelle nostre abitazioni abbiamo dato loro un senso.
Quel
che conta oggi è il sentimento di commozione e questa
capacità del costruito di sintetizzare i nostri ricordi
e le nostre aspirazioni più intime.
La casa, il cortile,
la contrada e la piazza del paese del nostro passato
connotano la nostra attuale idea dell’abitare: poichè
essi ci hanno impressionato, dentro di noi ne
conserviamo delle immagini e a quelle immagini-ricordo
assegnamo valori simbolici ed onirici da perpetrare come
emblemi di uno spazio di cui vorremmo conservare ancora
alcune qualità.
Non ci resta che evocare queste immagini
ed interrogarle affinchè ci aiutino a trovare le
immagini nuove per l’abitazione, il luogo di lavoro e la
nostra città di oggi.
Nel tempo abbiamo infatti
confrontato più o meno inconsciamente i luoghi che si
sono via via aggiunti nella nostra vita con la casa ed
il quartiere della nostra infanzia o gioventù, dal
momento che essi soggiornano nella nostra mente come
dati del profondo; nel chiaroscuro dell’immaginazione il
nostro corpo è affettivamente legato a quel paese e a
quella casa indimenticabili.
I successivi luoghi della
nostra vita non sono che variazioni di un tema
fondamentale di cui abbiamo già fatto esperienza.
Dopo
tanti anni avvertiamo il riflesso della prima scala in
tutte le scale anonime che frequentiamo, mentre rimane
nelle nostre gambe il ritmo, non solo il ricordo, di
quel saliscendi; anche se ora non possediamo più una
soffitta o un giardino, rimarrà sempre il fatto che
abbiamo amato quella soffitta o quel nostro giardino.
Grazie a questi procedimenti spesso inconsci evochiamo
valori di intimità: è per questo che anche la nostra
nuova casa può parlare con noi e di noi.
Quando la
nostra esistenza si affolla di nuovi ambienti in cui
vivere, lavorare e tessere il proprio progetto sociale,
facciamoci guidare dalle immagini che vengono dal nostro
vissuto per discriminare e scegliere l’architettura che
stiamo cercando per noi stessi ora.
Se il costruito di
oggi vibra di qualità riconducibili alla casa del cuore
ed interpreta il nostro mondo sensibile, allora quel
luogo comunica poeticamente con noi, come voce che
scaturisce dal profondo per raccontare con sonorità
autentiche un pezzo della nostra storia.
Se permettiamo
a questi luoghi di entrare con la loro forza emotiva nel
nostro campo percettivo, diventiamo parte della loro
stessa sostanza costitutiva. Il tratto distintivo di
queste architetture non risiede tanto nella capacità di
suscitare sentimenti: quel che piuttosto le differenzia
è il fatto di essere costruite con le nostre emozioni.
Progettare queste case e queste città e sceglierle per
la nostra vita significa assecondare un atto creativo,
concepirle come manifestazioni di noi. Lo spazio nel
quale viviamo, esterno eppure aderente sia al corpo, sia
alla mente, è un’estensione del nostro mondo interiore:
quanto più esploriamo la nostra anima, tanto più
possiamo vivere interi piani spaziali fino a sentirci
parte di un contesto.
Questo senso di appartenenza
profonda e reciproca tra noi e i luoghi passa attraverso
la capacità di quest’ultimi di recuperare il ricordo di
spazi intimi già posseduti. Fatto che si concretizza in
immagini del passato trasfigurate nelle architetture del
nostro presente, ma anche con il recupero di una memoria
sensoriale la che ci consente di saggiare consistenze
già sperimentate e riassaporare profumi trascorsi.
Il
legame con un luogo si realizza nella materia di cui
esso è costituito. Gli spazi della nostra vita sono
infatti natura costruita ed il lavoro che su di essi
dobbiamo profondere è lo stesso di cui necessita la
nostra anima per crescere.
Un buon edificio ed una città
nella quale si gode di una buona qualità di vita sono
tali per aver assorbito tracce di vita umana: noi li
abbiamo contaminati e quindi trasformati in qualcosa di
affettivo.
Quanto più sappiamo percepire come propria
ricchezza interiore la bellezza in cui siamo immersi,
tanto più i luoghi della nostra vita saranno rispondenti
alle qualità che desideriamo riscontrare in essi.
Per
ritrovare noi stessi osserviamo le nostre stanze e le
nostre piazze e, viceversa, per delineare i nostri
edifici ed i nostri quartieri facciamo appello alla
qualità dei nostri sentimenti.
Le nostre emozioni vanno
da noi stessi verso i luoghi della nostra esistenza
mentre, al tempo stesso, avviene un’interiorizzazione
che rende sofisticata la nostra sfera emozionale.
Abbiamo memoria di emozioni di casa nelle nostre città e
nelle nostre camere, dunque esse sono animate e
significano qualcosa per noi.
Per questo condizionano
ciò che siamo e ciò che facciamo ed influenzeranno ciò
che diventeremo, le attività che prediligeremo e la
scelta delle persone che avremo intorno a noi.
Sono case
e paesi dal sapore immutato che ci riempiono gli occhi
ed il cuore, che esprimono amore e che si riconosciamo
sempre.
Questo genere di architetture infatti non se ne
va mai del tutto.